Apro una piccola parentesi per pubblicizzare un blog ideato di recente da me...
Si chiama Il Canto di Gaia (potete vedere il banner nella colonna qui a fianco). Principalmente si tratterebbe di un luogo dove si possono trovare petizioni riguardo l'ambiente, gli animali, le donne e la società in generale, ma con il tempo si arricchirà anche di svariato materiale.
In verità mi ero ripromessa di non pubblicizzarlo qui, ma le petizioni sono sempre molte, purtroppo, e finora è rimasto un blog ancora piuttosto sconosciuto...
Spero vorrete perdonare, quindi, questo piccolo spam, e visitare ogni tanto il sito in questione. Oggi, tra l'altro, troverete ad attendervi una petizione nuova per aiutare l'Amazzonia, le cui foreste sono ogni giorno di più in pericolo.
Vi ringrazio anticipatamente per il sostegno.

La Tradizione Avaloniana è essenzialmente un Percorso Spirituale, un Cammino Interiore atto alla Guarigione dello Spirito e del Sè, alla realizzazione personale nel senso profondo del termine, fondato sullo studio degli antichi miti gallesi riportati in quei testi conosciuti come Mabinogion, con numerosi accenni alla spiritualità celtica, alla quale essi sono legati. E' ritrovare quelle Antiche Armonie ritenute perdute da tempo, invece solamente assopite all'interno di noi stessi e della nostra Anima.
Ma perchè Guarigione?
Semplicemente perchè, come ben sappiamo, viviamo in un mondo, in una società, basati unicamente o per lo più sui beni materiali e sull'esclusiva superficialità della vita... un mondo in cui si insegna che per sopravvivere bisogna non solo lottare, ma cercare di sopraffare il prossimo, di superarlo, di essere costantemente i primi e, soprattutto, i migliori; un mondo in cui il vero amore per sè stessi viene dimenticato, trasformato spesso in egocentrismo, come viene dimenticato il senso del sacro che pervade ogni cosa e l'armonia naturale con l'universo che ci circonda, umano, vegetale o animale che sia. Le ferite spirituali provocate da determinati modi di pensare e di vivere la realtà sono il più delle volte inimmaginabili.
La Magia di Avalon si occupa anche di questo. Attraverso quello che viene definito Ciclo di Guarigione, il nostro Io percorre fasi armoniche e naturali di morte e rinascita, di purificazione e arricchimento, di impensabili tesori riportati alla luce e di ombre spaventose finalmente capite e trasformate. Lungo i sentieri nebbiosi che avvolgono la nostra parte più impalpabile, siamo in gradi di ritrovare quel senso di sacralità, di comunione con il Tutto, che appartiene naturalmente all'essere umano, e lentamente, gradualmente, i dolori vengono leniti, le lacune vengono colmate, e la nostra anima può respirare liberamente. Poco a poco, saremo in grado di abbracciare la nostra Consapevolezza interiore.
Questo Ciclo di Guarigione si suddivide tendenzialmente in quattro sentieri aventi delle "stazioni", che richiamano le feste celtiche della tradizione, e che attraversano il tempo in spirali evolutive continuamente mobili, perennemente cicliche, mai ferme o stabili. Le varie festività sono infatti più che altro il culmine del periodo, non il suo inizio o la sua fine... il Ciclo è scorrevole, fluido, e le stazioni si fondono l'una nell'altra con movimenti dolci, morbidi, e mai netti. Abituati alla nozione di tempo lineare, è per noi difficile all'inizio rapportarci a simili concetti, ma con la pazienza e lo studio si prende la dovuta familiarità; per tempo ciclico, simboleggiato dalla triplice spirale, si intende in poche parole un rapporto tra passato, presente e futuro sempre vivo e attivo, in grado di allacciarsi continuamente, di intrecciarsi, a volte persino di fondersi, al contrario del tempo lineare, simboleggiato da una linea retta, che prevede in un ordine preciso la nascita, la vita e la morte, dopodichè null'altro. Nel pensiero antico ciò sarebbe stato definito forse un concetto assurdo, poichè la natura stessa mostra cicli "spiraliformi", che ritornano ogni volta sui propri passi per ricominciare da capo, in maniera però sempre differente. Ma su questo ci soffermeremo un'altra volta, dato che è un discorso forse un pò lungo.
Durante questo Ciclo, dicevamo, si incontrano stazioni presiedute da cinque figure appartenenti alla mitologia gallese, divinità femminili con cui ci si dovrà armonizzare, e i cui miti sono alla base dello studio della Tradizione Avaloniana. Queste Dee sono principalmente Rhiannon, Ceridwen, Blodewedd, Branwen e Arianrhod, ognuna con la sua storia ed i suoi insegnamenti. Se ne aggiungono poi altre quattro, Brigid, Don o Dana, Cailleach e Sulevia o Sulis. Insieme, queste Dee sono le Nove Madri di Avalon. Specchi dell'universo e dell'anima, ci guidano per mano lungo le impervie vie dell'introspezione, iniziando tradizionalmente da Samhain, la Discesa.
Samhain è appunto la prima stazione che incontriamo, la festa celtica che corrisponde all'inizio del nuovo anno, come alla morte di quello vecchio, e che simboleggia proprio la nostra morte interiore, attraverso una discesa in noi stessi ove incontreremo tutte quelle cose che tendenzialmente ci bloccano, frenando e arrestando la nostra crescita spirituale. Qui siamo nel Grembo della Dea, nella sua oscurità ctonia e umida, terrena e invernale. E' qui che incontriamo Rhiannon, la quale ci condurrà nella tenebra alla scoperta di noi stessi, delle nostre paure inconscie, come anche dei nostri tesori più nascosti e più preziosi.
Dopo Samhain gradualmente il tempo scorre, come un fiume che ci porta dolcemente alla stazione successiva, Imbolc, in cui dovremo affrontare Ceridwen, la Crona, la Strega. Siamo giunti al Confronto, nella parte più buia del Grembo dove Ceridwen rimesta nel Calderone della Conoscenza, nelle cui profondità dovremo scrutare per affrontare faccia a faccia tutto ciò che abbiamo incontrato a Samhain. Numerose saranno le sfide, numerose le vittorie ma anche le sconfitte, che fanno comunque parte della nostra evoluzione e guarigione.
Ancora la spirale del tempo fluisce, inesorabile ed eterna, accompagnandoci fino al periodo di Beltane, l'Emersione. Lentamente scivoliamo fuori dall'oscurità del Grembo, dalla Grotta misteriosa della Dea, per tornare a vedere la luce respirando l'aria nuova della primavera e di noi stessi, che risaliamo alla superficie con le braccia ricolme dei doni ottenuti dal periodo oscuro. Blodewedd, la Fanciulla dei Fiori, ci accompagnerà tenendoci per mano, e lo farà fino alla stazione successiva, la Risoluzione.
Questa è la festa solare ed estiva di Lughnasadh, in cui sbocceremo pregni di splendore.
Durante la Risoluzione è Arianrhod che incontriamo ad attenderci, e che ci inviterà ancora una volta a scrutarci interiormente, per far sì che possiamo nutrirci dei frutti del nostro raccolto annuale. Troveremo anche frutti acerbi, naturalmente, non ancora pronti per essere colti, come anche altri ormai marci, di cui ci dovremo piano piano liberare... La Risoluzione è il periodo speculare al Confronto, che prevede perciò nella raccolta anche una scernita, alle volte non facile. Ma la Terra è in fiore, satura di profumi caldi e inebrianti, e in noi arde lo stesso sacro fuoco che la riscalda.
Dalla luce della Risoluzione ci spostiamo giorno per giorno incontro alla tenebra, ovvero ancora verso Samhain, e quindi verso una nuova Discesa. Il Ciclo ricomincia da capo, non concludendosi mai, poichè gli insegnamenti sono infiniti, come infinita e continua è la spirale evolutiva.
Ma vi è una quinta stazione da non dimenticare, ed è quella dell'Integrazione. Essa non è associata ad alcuna festa celtica in particolare, bensì al Ciclo stesso, poichè ci guida attraverso di esso e ci aiuta, appunto, ad integrarci con ognuna delle suddette fasi e con gli insegnamenti che in esse abbiamo trovato. Questa volta è Branwen che ci tiene per mano, aiutandoci e consigliandoci. E' colei che sta al centro del Ciclo, essendone il perno, l'asse costante. Anche Arianrhod, comunque, viene tradizionalmente vista al di fuori dal Ciclo, rappresentandone il movimento perenne, una spirale argentata che sempre muta e si trasforma, e che lo racchiude in sè circondandolo completamente.
Tuttavia, questa è solo una delle versioni del Ciclo di Guarigione. La bellezza della Tradizione Avaloniana, a mio avviso, sta nel fatto che ognuno ha il diritto di sentire il Ciclo in modo più o meno personale, assecondando la propria sensibilità e intuizioni sviluppate nel tempo, percorrendo così il Sentiero attraverso le Nebbie seguendo la voce dell'Anima, senza costrizioni di sorta ma solo ed unicamente affidandosi a delle basi da tenere in considerazione.
Vi è un altro modo molto bello di vivere il Ciclo di Guarigione di Avalon, naturalmente integrandolo con il sentiero tradizionale legato alla Terra; si tratta in pratica di percepirlo anche a seconda della fase lunare corrente. E' abbastanza semplice, e si struttura in questo modo:
Alla stazione della Discesa corrisponde la Luna Calante, quindi la discesa nel buio mondo interiore.
Alla stazione del Confronto avremo perciò la Luna Nera o Nuova, dove verremo a contatto diretto con la nostra parte più celata, più "tenebrosa".
In seguito, alla stazione dell'Emersione corrisponderà la Luna Crescente, dove risaliremo verso la luminosità, arricchiti di nuove energie.
Infine, la Luna Piena corrisponderà alla Risoluzione, dove ci nutriremo dei frutti del lavoro interiore.
E così via, ricominciando un nuovo Ciclo con il ritorno della Luna Nera...
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- Siti consigliati per approfondire:
Sisterhood of Avalon
Ynis Afallach Tuath

Yemaya, conosciuta anche con i nomi di Yemaja, Iamanjà, Imanja, Jemanja, Yemalla, Yemana, e molti altri, è un'Orisha femminile appartenente alla tradizione afro-caraibica, nonchè alla vastissima mitologia yoruba, ed è venerata nella Santeria, nel Candomblè e nel Vudù.
Ma cos'è, innanzitutto, un Orisha?
Gli Orisha, chiamati alle volte Orixà o Caboclos, sempre nella tradizione afro-caraibica presente in vari Paesi, dall'Africa, appunto, sino al Brasile, a Cuba, alla Repubblica Dominicana, eccetera, sono semidivinità, spiriti delle foreste, della terra e del cielo. Secondo la mitologia yoruba, in tutto sono seicento.
Yemaya è la madre di tutti gli Orisha, ed è invocata generalmente per protezione, per purificazione, ma anche per favorire le donne che hanno difficoltà a concepire, o le stesse partorienti. Si dice che fosse in origine una Dea dei fiumi, un potente spirito della Natura, proveniente dall'entroterra nigeriano.
Viene comunque considerata una Dea Madre, che cela in sè anche un aspetto distruttore, mortifero, simboleggiato dal mare, o dall'oceano, in tempesta. Quindi una Dea completa.
E' colei che crea, è madre della vita, e governa le acque degli oceani, dei mari, e dei fiumi che conducono al mare. E poiché si ritiene che la sua vita abbia avuto inizio nel mare, si crede anche che tutta la vita sia iniziata con Yemaya. Ma è anche una divinità che ama la caccia col machete, è astuta e indomabile, i suoi castighi sono duri e la sua collera terribile. Eppure sa essere allegra e amorevole, poichè è stata proprio lei ad insegnare l'amore a tutti gli Orisha, e per loro ha sempre una parola di conforto.
Nata da Odudua (da non confondere con Odudwa, che era un condottiero orisha), e da Obatala, venne violentata da Orungan, uno dei suoi figli, che ci riprovò una seconda volta; per impedire quest'altra violenza, Yemaya partorì (alcuni dicono morendone) quindici Orisha, inclusi Ogun (il fiume), Olokun (la profondità dell'oceano), Shopona e Shango (il tuono). Un altro componente della sua numerosa prole è Babalú Ayé (noto anche con il nome di Omolu, Shonponno, Obaluaiye), che assume anche il ruolo di sposo della Dea, sebbene pare ce ne siano stati altri, sia prima che dopo di lui. E' associato alle malattie infettive e contagiose e viene quindi invocato per curarle, e si ritiene che sia il re della terra, da egli stesso creata. Interessante notare il fatto che i fedeli di Yemaya, prima di pronunciarne il nome, devono toccare con i polpastrelli la polvere della terra. Ciò potrebbe far pensare ad un atto simbolico di equilibrio tra acqua e terra, di unione (o ri-unione), evocato dal gesto in sè.
Tra gli attributi di Yemaya vi sono la luna e il sole, l'ancora, il salvagente, le scialuppe, le conchiglie. Le sue pietre sono l’acquamarina, il lapislazzuli, e tutti i cristalli del colore del mare, oltre alle perle, i coralli e la pietra di luna. Tra le offerte a lei care ci sono in particolare i meloni e le angurie. I suoi simboli sono una stella a sei punte, una conchiglia aperta, tipico emblema muliebre, e la luna. Pare anche che ci sia un'apposita campanella per salutarla e per attirare la sua attenzione. Viene generalmente raffigurata con una lunga veste azzurra con serpentine che richiamano il mare e la spuma, e con in mano un ventaglio adorno di conchiglie; tuttavia le sue rappresentazioni possono cambiare a seconda dell'aspetto in cui viene evocata.
Nel Candomblè brasiliano, dove è conosciuta come Yemanja o Imanje, è la madre che porta i pesci ai pescatori, e il suo simbolo è la luna crescente. Come Yemaya Afodo, sempre in Brasile, protegge le navi che viaggiano per mare. In alcune parti viene anche onorata quale Dea degli oceani e festeggiata nel solstizio d’estate, mentre nel nord-est del Paese il suo festival è il 2 febbraio (giorno dedicato anche a sua figlia Oya); in questo giorno le folle si riuniscono sulle spiagge di Bahia per celebrare una cerimonia dove si offrono saponi, profumi e gioielli, gettandoli in mare per Lei. Vengono inoltre gettate lettere di richieste alla Dea, e la gente aspetta di vedere se queste sono accettate o rimandate a loro con le onde.
In quanto Dea dell'Acqua, marittima o fluviale che sia, Yemaya è certamente una Dea del Cambiamento, della Rinascita, della Guarigione sia fisica che spirituale, ma anche dell'Ispirazione. Lei dona sostegno e amore, e i suoi impulsi materni nei confronti degli esseri umani, oltre che dei suoi figli, sembra siano senza pari.
Secondo una leggenda, il primo dono di Yemaya all'umanità è stata una conchiglia in cui la sua voce potesse essere sempre udita; ancora oggi, accostando un orecchio ad una conchiglia si può ascoltare un rumore come di onde, e pare appunto che questa sia la voce di Yemaya, la voce dell'oceano.

Il personaggio all’oggi noto come Merlino, assume, in realtà, differenti nomi e aspetti nel corso dei secoli e nelle varie leggende, ma l’archetipo del bardo, veggente e druido in preda alla Follia Profetica, a causa della quale è costretto a vivere nel folto dei boschi come Uomo Silvestre, è il medesimo ed è ampiamente riconoscibile in ognuna di esse; nelle varie narrazioni, difatti, si nota come egli passi la maggior parte del suo tempo tra le foreste, lontano dalla civiltà e dalla sua caotica nonché superficiale esistenza, trovando così riparo spirituale nell’abbraccio delle fronde degli alberi e nella contemplazione della vita degli animali selvatici. Questo suo profondo attaccamento allo stile di vita selvaggio, i vari tipi di alberi spesso citati, e il rapporto, sia fisico che simbolico, che spesso viene a crearsi tra il Veggente e l'albero stesso, lasciano dedurre che nelle suddette leggende vi sia una qualche reminiscenza dell’antico culto arboreo dell’era pre-cristiana.

Nel suo Vita Merlini, Geoffrey di Monmouth narra di come Merlino, in preda alla follia, corra a nascondersi tra i frassini, dove darà inizio alla sua esistenza di uomo selvaggio, nutrendosi di bacche e radici, e comportandosi come se fosse un animale. Nel corso della storia, lo si può osservare mentre va a rifugiarsi all’ombra di alcune querce, sfuggendo così ad un viandante che l’aveva casualmente scorto per via dei suoi canti e lamenti. Infine, un inviato della sorella, avente il compito di ritrovarlo e di ricondurlo a casa, lo trova beatamente adagiato sotto ad un nocciolo, nei pressi di una sorgente. Analizzando brevemente le varie simbologie di questi tre alberi, si può azzardare l’ipotesi di un Percorso Iniziatico basato sugli insegnamenti profondi del Frassino, della Quercia e del Nocciolo.
Il Frassino è l’albero degli Inizi e della Vita, fonte di saggezza cosmica, connesso alle acque ed alla femminea Luna, ma anche al Sole e quindi al lato maschile, e avente la capacità di apportare equilibrio interiore, guarigione sia fisica che spirituale, e di favorire la rinascita. Nella mitologia nordica, l’Yggdrasil, il Frassino del Mondo, veniva raffigurato come un albero immenso, i cui rami si snodavano verso l’immensità del cielo, mentre le radici scendevano nelle oscurità degl’Inferi, in modo da sostenere e rigenerare l’universo; questa visione potrebbe stare ad indicare una connessione spirituale da parte di quest’albero tra il piano materiale, o della mente, e quello dell’anima, dal quale prende nutrimento. E’ perciò evidente, in questo caso, il suo ruolo di “ponte” tra la mente di Merlino e la sua anima antica, portandolo così ad avere visioni ed estasi che ad occhi profani possono apparire come mera pazzia.
Volgendo lo sguardo verso la simbologia della Quercia, notiamo come anch'essa venisse considerata una sorta di "porta" d'accesso ai Mondi, e come in molte tradizioni fosse tenuta in grande considerazione quale albero oracolare. L'essenza spirituale della Quercia possiede la capacità di apportare grande forza interiore, atta a governare sé stessi, e donando così equilibrio e vigore sia fisico che psicologico; tutte qualità che al Merlino in preda alla Follia giungono come un corroborante elisir, in grado di concedergli la fermezza e la lucidità necessarie alla comprensione personale dei propri vaticini. Inoltre, la Quercia è anche un albero guerriero, che dona protezione e stabilità, che risveglia la nostra parte più forte e combattiva, e che ci infonde coraggio, energia vitale e ispirazione.
Ma è il Nocciolo che vede il cambiamento finale di Merlino, quello che lo porterà a seguire il suddetto inviato della sorella per fare temporaneamente ritorno tra la gente comune. Qui Merlino appare più sereno, meno selvaggio, la sua Follia si è un poco placata, o meglio equilibrata, e lo si ode cantare una sorta di preghiera, una riflessione sulla natura delle stagioni e sulla relativa rigidità dell'inverno. Quest'albero, infatti, è da sempre l'emblema della Conoscenza profonda, della Saggezza e dell'Ispirazione proveniente direttamente dagli Dei. La sua aura "rinfrescante" e giovanile è in grado di connettere la mente con quella parte dell'anima innocente e luminosa, chiamata "bambino interiore", in grado di riconoscere la vera Magia che si cela oltre la materia. Il Nocciolo è particolarmente legato alle acque, ed è perciò interessante notare la presenza del ruscello al fianco di Merlino, simbolo di guarigione fisica, mentale e spirituale, ma soprattutto ennesima simbologia di un "varco" che collega il mondo umano con quello Divino, quale è l'acqua nella tradizione celtica. Forse, in questo caso, il Nocciolo potrebbe rappresentare l'avvicinarsi della meta finale del Percorso del profeta.
Un altro dei possibili volti di Merlino lo troviamo nel personaggio di Myrddin il Bardo, poeta gallese che ci parla in prima persona nelle poesie a lui attribuite. Anch'egli, come il Merlino di Geoffrey di Monmouth, viene visto come un "uomo selvaggio", un "folle", che ama profetizzare nella quiete delle foreste. Nella poesia dei Meli, lo vediamo rivolgersi a questi alberi come se parlasse a delle persone, quasi ad indicare quanto fosse integrato nel suo ruolo di Uomo dei Boschi, e il fatto che ormai appartenesse ad un mondo al di fuori di questo. Questo suo comportamento riporta alla mente le trance degli sciamani, i quali, durante le loro estasi, sono in grado di visitare mondi ritenuti al di sopra di quello ordinario. Il Melo, secondo la tradizione, è l'albero fatato per eccellenza, Iniziatore e dispensatore di Saggezza e Conoscenza, i cui frutti racchiudono la simbologia dell'Altro Mondo. Nella mitica Asgard, città degli Dei della mitologia norvegese, vi erano delle mele magiche che donavano l'eterna giovinezza, e questo ci riporta al concetto di Bambino Interiore, sempiternamente puro e limpido. Il Melo è inoltre l'albero sacro dell'Isola di Avalon, terra di incanti e guarigioni spirituali, nonché dimora di splendide Donne conoscitrici dei Misteri universali. Senza dimenticare il frutto proibito della biblica vicenda di Adamo ed Eva, il quale concedeva la Sapienza di Dio. Esso dona la Vita, la Rinascita, il "furor poeticus", ovvero l'Ispirazione del poeta portata dalle Muse. E, nuovamente, troviamo in esso la capacità di connettere il veggente con gli ancestrali Mondi dello spirito.
In un'altra poesia, vediamo Myrddin dialogare con un piccolo maiale, più probabilmente un cinghialotto, animale sacro ai celti che ben rappresenta lo stato interiore selvaggio del Bardo, e la sua connessione con il volto divino della natura.
Altri due personaggi leggendari che vengono solitamente affiancati alla figura del nostro Merlino, sono Lailoken e Suibhne Geilt. Le loro leggende appaiono, in realtà, molto simili al resoconto della Vita Merlini, ma quest'ultimo è con tutta probabilità un testo successivo. Sia nella storia di Lailoken che in quella di Suibhne, possiamo osservare come ambedue vengano posseduti dalla pazzia a causa delle atrocità della guerra a cui stavano partecipando, proprio come il Merlino di Geoffrey di Monmouth. Nel caso di Suibhne, la follia è apparentemente provocata da un anatema lanciatogli da San Ronan, ma questa si attua solamente all'inizio della suddetta battaglia. Ormai folli, fuggono nel folto della foresta, dove vivono un'esistenza selvatica e animalesca. Suibhne in particolare descrive i suoi stretti rapporti col mondo animale e vegetale, che gli ispira lodi alla bellezza degli alberi e della natura, alla freschezza delle acque, ed alla grazia degli animali. Le sue odi sono dedicate a querce, ontani, salici e betulle, tutti ritenuti in grado di avvicinare l'essere umano alla divinità, e ad altri numerosi alberi e arbusti che si ritrovano senza difficoltà nella vasta simbologia celtica. Possiamo notare come la sua follia sia più gioiosa, più armoniosa, rispetto a quella del Merlino presentato da Geoffrey, nonostante anch'egli soffra dinanzi ai rigori invernali. Un attento esame va tuttavia rivolto verso l'albero in cui egli pare abbia scelto di dimorare dopo aver rinunciato alla vita con gli esseri umani, ovvero il Tasso. Le antiche tribù teutoniche dedicarono a questo maestoso albero la tredicesima runa, Eiwaz o Ihwaz, che rappresenterebbe sia la Morte che la Rinascita. Secondo Graves, il Tasso è associabile al Solstizio d'Inverno, momento dell'anno in cui il Sole muore e contemporaneamente rinasce a nuova vita. Simbologia perfetta per il caso di Suibhne, che muore come essere umano per rinascere come Uomo Selvatico. Tra le popolazioni indoeuropee, è uso comune dipingersi sulla fronte un piccolo punto colorato, chiamato bindhi, simboleggiante il Terzo Occhio, grazie al quale si possono ottenere stati di coscienza elevati. Nella cultura celtica il Tasso possedeva il ruolo di legno principale per l'intaglio delle rune ogamiche, poiché portatore di Conoscenza superiore. Suibhne potrebbe aver scelto quest’albero per favorire lo sviluppo e l’accrescimento del suo stato di folle veggente.
Un altro dei possibili volti dell'Uomo Selvaggio, è quello di Myrddin Wyllt. Costui era figlio di un uomo di nome Morfryn, e soffriva di stati alterni di pazzia che, infine, lo costrinsero ad una solitaria vita nei boschi. Nel testo si accenna al fatto che avesse il dono della profezia, la quale si manifestava, però, solamente durante i rari momenti di sanità mentale. In questa narrazione, la presenza di alberi viene in verità citata dalla sorella di Myrddin, Gwendydd, la quale possiede a sua volta il dono della veggenza, ma è il fratello che aiuta la fanciulla nell'interpretazione dei suoi sogni profetici. Cosa che lo rende indiscutibilmente legato alla Conoscenza arborea.
Secondo Jean Markale vi è, altresì, una possibile connessione tra il personaggio di Merlino e quello di Gwydion, l'Incantatore figlio della Dea Don e nipote di re Math, presente nelle leggende gallesi del Mabinogion. Entrambi, difatti, sono legati alla magia della foresta, in quanto Gwydion durante la battaglia mitologica raccontata nel Libro di Taliesin e chiamata Cad Goddeu, "Lotta degli Alberi", è colui che trasforma i bretoni in alberi e arbusti. Inoltre, pare che il suo nome derivi dalla radice "gwydd", o "wydd", che significherebbe bosco. Ambedue esperti di incanti e illusioni, e ambedue profondamente legati alla vita selvatica, dal momento che Gwydion stesso venne trasformato da Math in tre diversi animali, in seguito ad una punizione.
A sua volta, nel nome di Merlino si scorge la familiarità con il mondo selvatico dei boschi e delle foreste; sempre secondo Markale, è possibile accostare il suo nome con la parola inglese del XII secolo "merilun", ovvero "merlin" in inglese moderno, che significa "smeriglio", qualità di falcone molto nota a quell'epoca. Propone, inoltre, un accostamento con il francese "merle", ovvero "merlo", ponendolo in questo caso come aggettivo, a causa del carattere tipicamente sbeffeggiatore e impertinente del Merlino Incantatore delle saghe arturiane.
Ad ogni modo, nei vari suoi aspetti e comportamenti, scorgiamo in Merlino il volto solenne dello Sciamano, del Druido, di colui che possiede la Scienza degli Alberi, il quale intraprende il proprio Viaggio Estatico attraverso la fusione dell'Anima e del Sé con l'essenza degli alberi a cui si rivolge, o dentro a cui vive, protetto da occhi indegni nell'imperscrutabilità della propria cristallina torre, che altri non è se non il Nemeton, la Sacra Radura pregna di magia divina.

La Ninfa è languore Divino.
Un sospiro dei boschi, gli stessi che la vedono oggi compagna di satiri, in un tripudio malizioso di giochi infantili. L'eterea natura, umida di linfa e rugiada, la mostra ad occhio profano come ciò che del tutto non è... un albero, un giunco, un fiore latteo che col capo dolcemente piegato fa capolino sulla riva di un qualche ruscello, divertito e incuriosito dalla propria immagine sdoppiata e trasformata. O, per la grazia del cuore, come fanciulla vezzosa, accecante nell'ineffabile fascino dal sapore acerbo... Chi l'osserva non ne può restare indifferente, chi ode il suo canto è catturato da un'invisibile tela di sogno, e destinato a struggersi nelle emozioni trascendenti che quella visione ha provocato. Che aroma avranno le sue chiome preziose, mentre come brezza sfiorano l'acqua? E i suoi seni, quei fragili e rosei germogli non ancora sbocciati? Di foglie, certo. Di tiepida erba estiva, lambita da un Sole appassionato che amorevole l'accarezza con raggi d'oro fulvo... oppure di corteccia, appena spruzzata d'aromatico muschio, ad indicarne l'essenza duplice, celeste e ctonia. I suoi baci e le sue carezze avranno il sentore della terra autunnale, pregna d'ambra e pioggia, calda e accogliente come un morbido ventre di donna. Il ventre della creazione, il calice d'oro ricolmo di nettare sacro.
Un Amore di Ninfa è liquore estatico.
E' Bellezza Divina che inonda, in un turbinio d'immagini e suoni che trascinano nelle voraci fauci del femminino affamato, un gorgo selvaggio, un maelström che dona e al contempo reclama, spirale danzante d'armoniosa sorte che eternamente trasforma.
L'effusione muliebre del suo essere, ad un tempo albero e sorgente, diviene Ierofania, mentre negli specchi infiniti dei suoi occhi fluviali si invoca gridando la Follia, la visione della molteplicità delle forme universali riflesse in quelle iridi imperlate di porpora. Sua è l'Iniziazione, suo il dono del totale appagamento che fonde in un solo, eterno attimo, il Sacro Piacere dell'amplesso tra carne e spirito, tra anima e sangue, in un perpetuo e abbagliante fulgore di Consapevolezza crescente.

L'Aria è brezza, è vento, è tempesta.
La sua apparente delicatezza, la sua impalpabilità, potrebbero far supporre che si tratti dell'elemento più debole tra i quattro, forse quello dotato di minor energia e potenza... ma dinanzi alla furia di un tornado, o di un ciclone, ben poco resta saldamente ancorato alla Terra. Alla potenza devastatrice dell'Aria non sfugge nulla. Porta la morte, poichè sradica e strappa, ma anche la vita, spargendo semi dove non vi sono alberi o piante, e il cambiamento là dove è necessario. Senza contare l'importanza che essa ha avuto per lo sviluppo della vita sulla Terra; senza aria, noi non esisteremmo, come non esisterebbero le piante, gli animali, l'acqua e il fuoco. L'Aria è alito divino, insufflato in ogni forma possibile di esistenza. E' il respiro cosmico.
Essa, al pari dell'Acqua e del Fuoco, possiede la capacità di infiltrarsi in ogni dove, a dispetto a volte degli sforzi compiuti per tenerlo al di fuori. Sotto il suo peso e la sua forza, solo chi ha la capacità di essere flessibile, elastico, può sperare di cavarsela... di piegarsi senza per questo spezzarsi. L'Aria insegna ad essere malleabili, ma non per questo deboli.
La sua capacità di entrare ovunque, fa di questo elemento un portatore di Conoscenza, di Sapere: esso compenetra tutto, tocca ogni cosa, conoscendola sin nei più remoti recessi, spesso addirittura plasmandola secondo il proprio gusto e il proprio bisogno. E' in perenne movimento, in perpetua azione, non conosce la staticità.
L'Aria è anche parola, fiato che fuoriesce dalla bocca in forma di suono, portando con sè le vibrazioni necessarie a provocare un cambiamento, un inizio, a stabilire un decreto o una fine. La parola è intrisa di potere, e l'Aria ne è l'elemento dominante, che apporta comunicazione là dove gli individui sono separati: il contatto con l’altro non avviene tramite un’intesa empatica di natura emotiva o fisica, forme di comunicazione che non concedono alcuna distanza-separazione, ma avviene tramite la parola, il linguaggio, che nasce e si sviluppa solo quando l’altro è vissuto e sperimentato come separato da sé.
Limpida, trasparente, permette inoltre una visione chiara e definita delle cose, poichè non c’è il fumo del fuoco ad annebbiare la vista, né la profondità dell’acqua o lo spessore della terra; attraverso l’aria si vedono le cose come sono, senza inganni, senza nebbie o nubi illusorie.
Il luogo dell’Aria è “l’alto”, come “il basso” è il luogo della Terra, perciò l’Aria è soprattutto in cielo, lontano da tutto ciò che è materia e materiale: è un abitante del regno dello spirito, del regno degli Dei Celesti, ove nulla ha forma definita e concreta, e tutto è archetipico.
All'Aria corrisponde l'energia del pensiero, le idee in fase di nascita e di sviluppo teorico. E' madre, quindi, di tutte quelle facoltà che riguardano l'intelletto e la mente, come l'immaginazione astratta, la scrittura, la poesia e la musica. E' patrona della concentrazione e della meditazione.
Nella Tradizione Simbolica, l'Aria è generata dall'unione del Principio Umido con quello Caldo, di conseguenza possiede le qualità di ciò che è secco, asciutto, leggero e mobile, e viene a volte raffigurata con il cerchio del cielo, un arco, o più comunemente con un triangolo dal vertice rivolto verso l'alto e attraversato da una linea parallela alla base.
In astrologia, questo elemento è associato ai segni Gemelli, Bilancia e Acquario, le cui caratteristiche duttili ed elastiche, perfettamente adattabili ad ogni situazione, ben si sposano con le energie dell'Aria. Questi segni sono in genere obiettivi, distaccati, poco condizionati nell’esprimere i loro giudizi dalle passioni ed emozioni del cuore. Creature ricche di immaginazione, risultano essere piuttosto socievoli, curiosi e diplomatici, nonchè ricettivi e alle volte empatici. Le persone dominate dall'Aria sono spesso alla continua ricerca della verità, attratti dal sapere e dalla conoscenza.
Peccano però, come l'Aria, di incostanza e instabilità, che li porta ad essere particolarmente volubili, mutevoli, a stancarsi facilmente dei numerosi progetti che hanno intrapreso o dei legami che hanno stretto, e ad avere una memoria debole con una scarsa concentrazione; sempre con la testa tra le nuvole, amanti dell'immaginazione, faticano a tenere i piedi per terra, e sovente il contatto con la realtà è per loro deludente.
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Dammi il Santo Piacere
di miliardi d'estenuanti brividi
nel disperato
costante mormorio
di bollenti ruscelli scarlatti.
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Mefitis è Vita, Mefitis è Morte.
Lei è la Signora delle sorgenti sulfuree,
dei vapori intossicanti e letali.
Dea delle acque e dei flutti.
Dea osca della guarigione e della fertilità.
Lei, che procura la vertigine con i suoi effluvi dorati, nel cui nome porta celata l'ebbrezza, ha visto attraverso i secoli templi e sacerdoti, ha visto mutare mille e mille volte il proprio culto, l'ha visto sradicato dalla sua forma originaria per venire in seguito riplasmato, riadattato, a seconda del capriccio dell'essere umano e delle sue stolte priorità sociali.
Sangue e grida e sacrifici.
A sostituire ciò che forse era stata Bellezza,
in un vortice di canti magici e riti stagionali.
Mefitis, colei che fuma nel mezzo, colei che s'inebria.
Donatrice di visioni, tende la mano per condurre sino alle soglie dell'Altromondo, e mostrare a chi è forte l'altra Realtà, quella nascosta, quella misterica, appena visibile oltre il confine e fatta di sfuggenti attimi di luce e buio, di vita e morte, tra oceani di sogni e lande di incubi. Protettiva, abbraccia in un voluttuoso spasmo odoroso di terra, delicato e trasparente come le sue acque... poichè liquida è la sua essenza, la sua natura divina e scintillante, che risana e al contempo uccide.
Incoronata di fremiti oracolari, discende nel regno ctonio, assorbendone gl'inferi segreti, per poi risalire in una danza flessuosa e serpeggiante, esplodendo con furore di ninfa in tutto il suo bruciante splendore.
Mefitis è un enigma,
avvolta in un velo nebbioso, umido ed etereo, come il vapore di quelle stesse acque che son l'anima sacra di Lei...
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I Sanniti adoravano Mefitis.
Per loro Lei era una Dea potente, che proteggeva non solo le acque e le genti a lei care, ma anche gli armenti e i campi dove questi ultimi pascolavano.
Il loro antico popolo era stanziato nel Sannio, ove ora corrispondono la Campania settentrionale, l'alta Puglia, gran parte del Molise, il basso Abruzzo e l'alta Lucania.
Si estesero, nel corso della prima metà del I millennio a.C., e inglobarono i loro vicini meridionali, gli Osci, ai quali erano linguisticamente molto affini.
Fu nel IV secolo a.C., che vennero in contatto con la Repubblica romana, allora potenza in piena ascesa.
Fu allora, che cominciò il declino di Mefitis.
Il suo culto iniziò a centrarsi esclusivamente sul potere sanatorio delle sorgenti termali e solforose, e col passare del tempo fu definitivamente associata alle sole acque vulcaniche. Si pensa che ciò sia da associare all'amministrazione romana, che volutamente decise di relegare la Dea quale divinità delle mofete e delle acque stagnanti, lasciando il culto relativo al fenomeno delle acque sorgive a divinità del pantheon più consoni a Roma. Non è un caso che dal II secolo a.C. in poi, si trovino in territorio sannitico molti templi agresti nei pressi di sorgenti dedicati alla dea Diana. Scavi archeologici effettuati in tali aree sacre hanno, appunto, rilevato in questi luoghi precedenti traccie di un più antico culto dedicato a Mefitis.
Più tardi, ad essa sono stati associati gli aspetti più negativi delle acque stagnanti, come il cattivo odore e l'aria pestilenziale; Servio afferma che le vittime sacrificali dedicate alla Dea, in genere animali, non fossero uccise da mano umana, bensì lasciate a soffocare nei pressi delle acque solforose dove erano situati i diversi templi a lei dedicati.
Mefitis fu poco a poco dimenticata, o meglio trasformata in qualcosa di orribile ed esclusivamente mortifero, perdendo così la parte luminosa della sua natura e divenendo una creatura spaventosa, demonizzata poi dal cristianesimo e ribattezzata col nome di Mefistofele.
Ma nel profondo della terra, e nelle oscurità della memoria umana, lei ancora vive, pulsando come pulsa una sorgente, e attendendo che qualcuno torni a invocare il suo nome e la sua eterna, rugiadosa divinità.
La sera versa lacrime d'oro
sporcando, casta, novelli germogli
e frantuma l'idilliaco istante
nel furore di ebbre Ninfe.
Incendi celesti trasudano pace
gettando, lontano, uno sguardo;
ultimo, fugace frammento
d'un perduto amor violaceo.
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Il Santuario
L'Oracolo
Il Canto di Gaia
Un luogo dedicato alla Madre Terra, all'ambiente ed ai nostri amici animali.
Ma non solo...
Lumen
"Chi non considera che il significato
esteriore isolandolo dall'insieme è un materialista,
chi non considera che il significato interiore isolandolo dal resto è un falso mistico: ma chi unisce i due significati è perfetto."
(Ahmad Al-Alawi)
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"I simboli dei Tarocchi sono finestre aperte sull'Infinito... Sono un Libro muto, ma potenzialmente in grado di rispondere a ogni domanda, e quando si riesce a far parlare i simboli, essi superano in eloquenza qualunque discorso, poichè permettono di ritrovare la Parola Perduta, cioè l'eterno pensiero vivente, del quale sono espressione enigmatica."
(Eliphas Levi)
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"La pace non può esistere in un mondo che rifiuta l'energia della Dea, l'elemento che controbilancia l'etica guerriera di conquista."
(Maureen Concannon)
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"È pericoloso avere ragione quando le autorità costituite hanno torto."
(Voltaire)
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"Quello che ci mette nei guai non è quello che non conosciamo, è quello che crediamo di conoscere bene, senza conoscerlo davvero."
(Mark Twain)
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"Se il matto persistesse nella sua follia, andrebbe incontro alla saggezza."
(William Blake)
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"Non hai udito dolci parole
di menestrelli risuonare in cielo?
Non hai udito che quelli che muoiono
si svegliano in un mondo di estasi?
Che l'amore, quando è più stretto l'abbraccio,
e il sonno, quando si squarcia la notte della vita,
e il pensiero, che si avvinghia ai vaghi confini del mondo,
e la musica, quando canta l'amato,
è morte?"
"Abbiamo dato al mondo la nostra passione,
e per la morte non abbiamo che balocchi."
(W.B.Yeats)
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"Credo solo a ciò che non vedo e unicamente a quello che sento."
(Gustave Moreau)
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"È ritrovata. Che? – L'Eternità"
(A.Rimbaud)
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"L'unica vera sorgente dell'arte è il nostro cuore, il linguaggio di un animo infallibilmente puro. Un'opera che non sia sgorgata da questa sorgente può essere soltanto artificio. Ogni autentica opera d'arte viene concepita in un'ora santa e partorita in un'ora felice, spesso senza che lo stesso artista ne sia consapevole, per l'impulso interiore del cuore."
"Perché, mi son sovente domandato
scegli sì spesso a oggetto di pittura
la morte, la caducità, la tomba?
Ė perché, per vivere in eterno,
bisogna spesso abbandonarsi alla morte."
(Caspar David Friedrich)
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"Chi diffida dei propri lumi è più vicino a conoscere la verità che un dotto superbo il quale si crede infallibile. Il primo, nel timore d'errare, non errerà; il secondo è già nell'errore, non credendo fallibili le sue cognizioni."
(La Bruyère)
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"Bevi le ombre – disse,
bevi l’oscurità
dell’amore mortale
e chiudi gli occhi tra le mie ali
che sono la barca che attraversa
spazio e tempo."
(Clara Janés )
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